Scafati, Il pentito Loreto racconta le estorsioni fatte in nome della “famiglia”

Non solo clan Ridosso-Loreto ma anche avversari, conoscenti, fatti recentissimi che sono un pezzo di storia criminale e non, di una città in cui la quiescenza criminale è solo semplice apparenza. Alfonso Loreto parla molto, conosce fatti e personaggi e in tre verbali getta le basi per inguaiare tutti. Verbali ricchi di omissis nei quali sono sfuggiti alle cancellature della Procura anche episodi sui quali le indagini sono incessanti. Si apre con le dichiarazioni di Alfonso Loreto uno squarcio sul capitolo bombe e attentati. L’estorsione al Bar Dodo? «Fu fatta da Marcello Adini e Carmine Alfano nel nome di Franchino Matrone – dice Alfonsino Loreto raccontando fatti noti alle cronache giudiziarie –. L’ho saputo perché gli operai della nostra ditta lavorano presso il Centro Plaza, coordinati da Cenatiempo (Roberto, ndr) che ha ricevuto delle confidenze da un ragazzo che lavora lì». Ma Alfonso Loreto descrive anche il panorama criminale venutosi a creare nella zona di San Pietro dove, sostengono gli inquirenti, vige ancora la legge di Franchino Matrone. In quella zona, comandano loro i Matrone con i quali sono alleati gli Alfano, in particolare Carmine, bim- bum-bam, recentemente arrestato per la detenzione di una pistola e proprio per l’estorsione al bar Dodo. «Posso aggiungere che Carmine Alfano e Marcello Adini volevano imporre il traffico dell’erba (marijuana, ndr) e di cocaina agendo in nome di Franchino Matrone e del figlio Michele». Rivelazioni che vanno provate, naturalmente, ma che vengono date per certe dal neo pentito che nel verbale del 25 febbraio scorso racconta, oltre agli episodi che lo riguardano, anche quelli dei gruppo criminali a Scafati. Alfonso parla di imposizioni e di minacce per imporre il monopolio dello spaccio della droga. In questo ambito si iscriverebbero anche una serie di attentati avvenuti in città ai danni di pregiudicati. Imposizioni che se non rispettate finivano a suon di “botte e di bombe”. A essere minacciato dal gruppo di Matrone-Alfano sarebbe stato anche una persona vicina ai Ridosso-Loreto, parente di Luigi Ridosso di Salvatore, che opera nell’ambito dello spaccio di stupefacenti. Alfonso spiega anche il movente di alcuni attentati come quello ai danni di Raffaele Sangermano, ’o ragno rosso, al quale spararono due anni fa fuori alla sua abitazione. «A sparare fu Dario Spinelli nostro affiliato, perché Vincenzo Nappo ’o nonno aveva avuto dei litigi con lui». E inoltre, facendo un salto nel passato ai rancori che il gruppo aveva nei confronti di Ferdinando Muollo, ’o dentista, per l’omicidio di Salvatore Ridosso, “piscitiello”, Alfonsino svela che l’imprenditore – cugino di Luigi e Vincenzo Muollo – doveva morire. Il gruppo aveva programmato un attentato per far saltare la barca di Muollo, ormeggiata nel porto a Castellammare. «Abbiamo saputo, nel 2011, che Ferdinando Muollo aveva una barca ormeggiata al porto Marina di Stabia. L’è andata a vedere Luigi Ridosso. Ma poi non se n’è fatto più nulla». Alfonso racconta anche quella delle barche era una passione che l’accomunava a Muollo: «Avevamo una barca uno Squalo 35 di proprietà mia, di Gennaro Ridosso e Luigi di Salvatore. Poi l’abbiamo venduta quando io sono entrato in carcere a un tale Remigio di Lettere che ci fece degli assegni che non andarono in porto e fu minacciato pure da Gennaro». Anche la barca dei Loreto-Ridosso era ormeggiata a Marina di Stabia e utilizzata dal gruppo. Bella vita fatta con i soldi di usura e estorsioni, o con il lavoro imposto attraverso le imprese di pulizia e manutenzione intestate a Loreto o a prestanome che tra il 2008 e il 2015 hanno ottenuto appalti in industrie private o in aziende pubbliche. (r. f.)