Latitante a Vienna per il compleanno “romantico” della moglie: arrestato dai carabinieri
Scena inconsueta nel centro di Vienna, sulla Johannesgasse, dove i Carabinieri della “Catturandi” di Napoli e le Autorita’ locali di Polizia -la Bundeskriminalamt- hanno portato via in manette, tra i passanti poco abituati a scene del genere, il latitante Vincenzo Capezzuto, 43 anni, napoletano, “alla macchia” da 3 anni per sfuggire a un’Ordinanza di Custodia Cautelare in Carcere emessa dal GIP di Napoli per spaccio e associazione finalizzata al traffico di droga. Capezzuto, originario della zona Ovest ed e’ ritenuto un broker dedito alla importazione di stupefacente dalla Spagna ed era gia’ stato condannato in primo grado a 23 anni di reclusione, si era recato nella capitale austriaca per festeggiare il compleanno della moglie. Individuato dai militari dell’Arma mentre girava per il centro in bicicletta, a poca distanza dalla piazza del Parlamento, aveva addosso Carta d’Identita’ e Patente falsi, documenti che non gli sono serviti ad evitare l’arresto.Era sfuggito all’arresto nel 2013 nel corso di un maxi blitz condotto dai carabinieri di Bagnli e che portò in carcere una sessantina di persone. La banda di spacciatori, coordinata da Capezzuto, era in grado di consegnare la droga, prevalentemente cocaina, direttamente a domicilio, nelle altolocate abitazioni dei quartieri di Chiaia e Posillipo, dopo averne comprate grosse quantità nelle «storiche» piazze di spaccio della camorra di Mugnano e Melito, in provincia di Napoli. In estate, poi la droga seguiva i consumatori in vacanza, fino a giungere nelle prestigiose località del Golfo partenopeo e nelle isole di Capri, Ischia e Procida. Il giro d’affari – hanno stimato gli investigatori – era sicuramente nell’ordine di milioni di euro. La “coca” veniva acquistata anche grazie al denaro che veniva anticipato dai consumatori benestanti – imprenditori, gioiellieri e medici – i quali ottenevano in cambio trattamenti di favore, come forti sconti sui loro approvvigionamenti o dosi gratis. Droga che poi i professionisti, trasformandosi in pusher, cedevano all’interno della loro cerchia di conoscenze facendosi pagare in contanti oppure ottenendo altre prebende. Gli ordinativi venivano presi via telefono usando utenze (sim) intestate ad extracomunitari o persone ignare che sono risultate totalmente estranee ai fatti. Dopo una serie di arresti eseguiti poco dopo l’inizio delle indagini, nel settembre del 2009, la banda di trafficanti affinò le sue strategie di vendita, usando sempre più spesso codici criptici di interlocuzione e «alias» (nomi di fantasia) per identificarsi. Nelle intercettazioni raccolte, è emerso, i pusher si facevano chiamare «gabibbo», «pittore» o con nomi comuni di persona. Un barbiere, che «arrotondava» vendendo la droga, faceva riferimento alla cocaina chiamandola con i nomi di alcuni prodotti di bellezza per capelli che usava nel suo negozio. La banda era costituita da due gruppi principali, ciascuno capeggiato da un paio di persone: quello più complesso è risultato in collegamento con il clan di camorra «Mazzarella» e ai gruppi camorristici dei Quartieri Spagnoli. A tutti gli indagati viene contestata anche l’associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti.
