Si è pentito Giuseppe Misso, uno dei killer del clan Schiavone

Si è pentito Giuseppe Misso uno dei più spietati killer del clan di Francesco Schiavone “cicciariello”. Lo ha annunciato l’altra mattina in Tribunale davabti ai giudice della Corte di Appello di Napoli “Presidente, voglio collaborare con la giustizia, mi allontano dal clan”, queste le sue parole dette nell’aula in cui è calato in un improvviso silenzio. Lo racconta l’edizione di Caserta de Il Mattino in edicola stamattina. Contemporaneamnete moglie e figli venivano prelevati dall’abitazione nel centro storico di san Cirpiano d’Aversa per essere portati in una località protetta. Giuseppe Misso ha confessato al giudice della seconda sezione penale Elvira Capecelatro e a tutti i presenti in aula, di voler svelare i segreti della camorra casalese ai magistrati della procura Antimafia di Napoli. Misso ha già scritto una lettera ai pubblici ministeri della Dda. Nel primo manoscritto consegnato ai magistrati potrebbero esserci già i nomi delle nuove leve della camorra. Perché il clan non è ancora sconfitto del tutto e i “giovani” potrebbero riappropriarsi di un territorio, l’agro aversano, abbandonato dal gruppo perdente dei Casalesi. Avrà molto da raccontare Misso, vicino al capozona Nicola Panaro, ex gregario di Francesco Schiavone “Cicciariello”. Nel tempo, è diventato il «braccio armato» di uno dei figli di Francesco Schiavone Sandokan, Carmine. Gli inquirenti pensano che sia stato lui a rimpiazzare il secondogenito del boss nella guida del cartello criminale quando Carmine, nel gennaio di tre anni fa, venne arrestato. Ora, potrebbe svelare particolari sulle connivenze con politici e imprenditori, ma soprattutto potrebbe dare una versione diversa rispetto a quella «ufficiale» fornita ai magistrati dall’ex boss Antonio Iovine, di San Cipriano d’Aversa anche lui. Iovine, da pentito, non ha ancora pronunciato i nomi di coloro che hanno coperto, per 15 lunghi anni, la sua latitanza dorata, i suoi viaggi all’estero. Giuseppe Misso nel 2014 è stato condannato per l’omicidio di Raffaele Lubrano, il figlio del boss con la passione per la poesia, inseguito e ucciso tra la folla nel 2002 a Pignataro Maggiore dai Casalesi. Il padre della vittima, Vincenzo, venne poi condannato all’ergastolo con l’accusa di essere stato il mandante dell’omicidio di Franco Imposimato, fratello del giudice istruttore di Roma, Ferdinando. Arrestato nel 2006, Misso, conosciuto come «Caricalieggio», restò in carcere fino al 2013. Nello stesso anno, libero da appena un mese, aveva ripreso le redini in mano del clan. Ma la sua leadership durò poco. L’accusa di aver partecipato all’uccisione di Giuseppe Gagliardi nel 2002, lo rispedì nella casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere ad aprile. Gagliardi era “colpevole”, semplicemente, di essere il cognato di Vincenzo Maisto, affiliato storico del gruppo di Sebastiano Caterino e nipote di quest’ultimo. Periodo buio. In atto c’era la “guerra” intestina al clan: da un lato gli Schiavone e i Bidognetti, dall’altro Caterino, De Falco e Quadrano. Al centro, i parenti dei due gruppi criminali. Dopo aver ricevuto l’ordinanza proprio per questo fatto di sangue, con l’avvicinarsi di una possibile condanna definitiva all’ergastolo, Misso ha deciso di collaborare con la magistratura.