Salerno, fallimento della Ifil: chiesto il rinvio a giudizio per il figlio di De Luca e altri sette

Bancarotta fraudolenta, chiesto il processo per Piero De Luca, il figlio del governatore della Campania, e altre sette persone indagate, a vario titolo, per il fallimento della Ifil C&D srl, una società immobiliare che lavorava sia con il Comune di Salerno sia con il Pastificio Amato. La richiesta di rinvio a giudizio, a firma dei sostituti procuratori Vincenzo Senatore e Francesco Rotondo della Procura di Salerno, è stata depositata agli inizi del mese di luglio ma ancora non è stata fissata la data dell’udienza preliminare. Assieme a De Luca junior sono indagati anche Mario Del Mese, socio al 50 per cento della Ifil, e nipote dell’ex parlamentare Udeur, Paolo; Vincenzo Lamberti, altro socio oltre che cognato di Del Mese; il rampollo della famiglia Amato, Giuseppe jr; Emilio Ferraro, ex socio di Piero De Luca in uno studio legale; Luigi Avino e due donne, Marianna Gatto e Valentina Lamberti, rispettivamente mogli di Amato e di Del Mese. L’accusa per tutti è di aver concorso al fallimento fraudolento della società, “distraendo o comunque dissipando il denaro di cui avevano disponibilità per ragioni connesse alla gestione utilizzandolo per fini diversi”. Così a De Luca jr e alla moglie Laura Zanarini (che non è indagata) viene contestato di aver usufruito del pagamento di viaggi a Lussemburgo (sede di lavoro di De Luca jr) per complessivi 23.026 euro tra il 2009 e il 2011. A Del Mese, invece, di aver utilizzato impropriamente il denaro della srl (29 mila euro circa) per acquistare arredi per la sua abitazione. Sempre la Ifil, “in assenza di qualsivoglia rapporto commerciale”, avrebbe eseguito pagamenti a favore della Ma.Ma., società della moglie di Giuseppe jr Amato, Marianna Gatto, per 92.200 euro, ventimila di questi dati direttamente alla coppia di coniugi. Dalle indagini dei finanzieri del Nucleo di polizia tributaria è emerso che le scritture contabili e i versamenti sul conto corrente della srl non sempre coincidevano e trovarono fatture per operazioni inesistenti, conferme alla violazione dei pagamenti Iva e una non corretta tenuta del libro degli inventari.

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