Ha scritto un libro di poesie, mentre era un detenuto comune, ed è stato premiato con un riconoscimento ufficiale. Una bella soddisfazione per Emanuele Ferrara, collaboratore di giustizia che può vantare a questo punto due record: è diventato uno scrittore quando ancora era un camorrista, vincendo addirittura un premio, e ha fatto parte in passato di due clan non proprio alleati, all’insaputa di uno dei due, i “Capitoni”. Anche se tra i Lo Russo e i D’Ausilio non c’è mai stata guerra e quindi se fosse stato scoperto, non è detto che avrebbe pagato con la vita il suo se- greto. La notizia del premio letterario a Emanuele Ferrara , inedita da un punto di vista giornalistico, è riporatata insieme con le sue confessioni dal quotidiano Il Roma. Ecco come i magistrati napoletani delineano il profilo di Emanuele Ferrara. “È un vecchio affiliato ai Lo Russo, poi migrato nelle file del clan D’Ausilio. Ha spontaneamente ammesso la sua affiliazione al clan Lo Russo in un momento in cui non era nemmeno indagato per tale ruolo. Inizia a collaborare con la giustizia il 7 ottobre 2010. Uomo di fiducia di Francesco Russo detto “Doberman”, referente del clan Lo Russo per la zona di Chiaiano e Marianella, vittima nel 2009 di lupara bianca. Come Centanni e Vitagliano, è portatore di un bagaglio di conoscenza relative a un periodo più recente, successivo alla scelta collaborati- va di salvatore Lo Russo”.
“Ho sempre fatto parte del clan Lo Russo. I rapporti con il clan D’Ausilio sono nati a causa dell’amicizia con Gaetano Giacobbe. Iniziata la frequentazione con Giacobbe, venni introdotto nel loro clan. Il boss D’Ausilio mi chiese di uccidere un suo nemico, Antonio Esposito “’o topo”, la moglie e il figlio. Ma io mi rifiutai e ciò attirò le sue ire». Emanuele Ferrara ha spiegato in dettaglio ai pm antimafia anche i suoi rapporti con i D’Ausilio, interrotti quando si rifiutò di ubbidire all’ordine del boss.”.. Al clan D’Auslio interessava utilizzarmi per uccidere Antonio Esposito, unica persona temuta dal boss perché fratello di un pentito. La cosa era conosciuta da Gaetano Giacobbe, Carmine Fontanella e Roberto Tripodi. In un’occasione riferii che mio zio, Giovanni Sirio, conosceva Antonio Esposito e quindi avevo la possibilità di salire a casa sua. Tripodi disse che avrebbe riferito tutto allo zio, Domenico D’Ausilio. Quando mi richiamò il Giacobbe, era l’inizio dell’anno 2008, il Tripodi era presente e mi disse che il D’Ausilio mi avrebbe ricompensato in qualsiasi modo per l’omicidio dell’Esposito. Dopo pochi giorni io e mio zio ci recammo al- l’abitazione di Antonio Esposito detto “’o topo”, che si trova a Bagnoli. Mio zio mi presentò e gli disse che poteva rivolgersi a me per qualunque cosa e in particolare per l’approvvigionamento di droga. Successivamente mi recai da lui più volte con 50 o 20 grammi di cocaina per conquistare la sua fiducia». I rapporti tra il ras soprannominato “Don Mimì’o asfregiato” e il futuro pentito si ruppero con il rifiuto di ammazzare la famiglia Esposito al completo, compresi i due innocenti. Ferrara all’ultimo minuto abbassò la pistola e se ne andò”.