Non è andata come voleva e come sperava, almeno nelle richieste del pm. A Lugi Cutarelli, il giovane killer del clan Lo Russo, come che come aveva detto il boss Carlo, ora pentito: “è un kamikaze, un fedelissimo che si metterebbe anche una bomba in bocca e si farebbe esplodere per devozione”, non è bastata la lettera di scuse inviata ai familiari di Pasquale Izzi ucciso il 26 marzo scorso in via Janfolla e le accuse contenute nella lettera contro il padrino collaboratore di giudizia reo di averlo manipolato. Niente, la pm Enrica Parascandalo è stata inflessibile nel processo che si sta celebrando pcon il rito abbreviato e ha chiesto il massimo della pena, anzi per usare le sue parole “non v’è altra pena” e l’ha motivato con una richiesta durissima: “Troppo facile alzare la mano in quest’aula, ammettere l’addebito e chiedere scusa alla famiglia della vittima, utilizzando un’espressione che i killer di questa città ormai utilizzano per evitare l’ergastolo. Non si può dimenticare che hanno commesso un omicidio, non si può non pensare che la stessa alzata di mano è il gesto con cui il killer esulta dopo che ha inflitto la mazzetta, che nel gergo dei criminali vuol dire il colpo di grazia”. quindi fine pena mai per Luigi Cutareli e Mariano Torre che affiancò Cutarelli nel raid. Pesanti le richieste anche per Anna Serino, moglie di Carlo Lo Russo, e Domenico Cerasuolo, nipote del boss: per l’accusa, non potevano non sapere che si stava organizzando un omicidio e per entrambi, per concorso morale con l’aggravante camorristica, il pm chiede 20 anni di carcere. Gli imputati erano tutti presenti in aula. Anche Carlo Lo Russo, collegato in videoconferenza. Nel processo è accusato di aver ordinato la morte di Izzi perché, come ha ammesso da pentito, “avevo saputo che aveva fatto la filata per farmi uccidere rivelando a persone che erano in carcere con lui e che mi volevamo morto che la mattina andavo a correre”. Per lui il pm chiede 16 anni di reclusione, perché è un collaboratore di giustizia.