Camorra, omicidio Sgueglia alla Sanità: condannati i mandanti ma non il killer

Una sentenza di condanna per un omicidio con mandanti ma senza killer.  E’ l’incredibile paradosso di una giustizia a due tempi a Napoli. L’omicidio in questione è quello di Luigi Sgueglia avennuto il 3 agosto del 96  nel pieno della guerra al rione Sanità e nel centro storico di Napoli tra i Misso e i Vastarella-Tolomelli.I pentiti, i fratelli e cugini Misso, sono stati creduti e pertanto per quell’omicidio sono stati condannati perché i mandanti. Gli stessi pentiti però, nel raccontare le fasi dell’esecuzione del delitto sono stati imprecisi, tanto che alla fine, in Corte d’Assise d’Appello, è arrivata l’assoluzione per l’unico imputato per omicidio: Salvatore Savarese detto ’o mellone. La paradossale sentenza viene raccontata dal quotidiano Il Roma: i mandanti, dunque, sono stati identificati e condannati. I killer invece no e così per l’omicidio di Luigi Sgueglia, c’è solo il mandato e non l’esecuzione: come se non fosse mai stato eseguito. Paradossi di una giustizia a due tempi. Durante la requisitoria il procuratore generale in Corte di Assise d’Appello aveva chiesto trent’anni di carcere per Savarese perché si era ritenuto che le prove contro di lui fossero tali da poter infliggere una condanna. Il pentito Giuseppe Misso “’o chiatto”, il nipote del capoclan della Sanità Giuseppe “’o nasone” nel corso die suoi racconti alla Dda di Napoli aveva detto: “Luigi Squeglia fu ammazzato il 4 agosto del 1996 da un commando di killer composto da Salvatore Savarese e dal nipote che porta lo stesso nome. Loro sono gli assassini…Luigi Squeglia doveva morire perché apparteneva al clan Tolomelli-Vastarella-Guida e dato che la mia famiglia era in lotta con loro e si decise di colpirli…Si decise di ucciderlo come vendetta e in risposta all’omicidio di Giuseppe Savarese, il fratello di Salvatore”.  Ma i racconti dei collaboratori non sono bastati ad arrivare alla condanna dell’imputato. Il boss e zio omonimo di ‘o mellone, Salvatore Savarese, “Il padrino”, famoso per aver condiviso l’ora d’aria in carcere con il Capo dei Capi, Totò Riina era già stato assolto in via definitiva.

 

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