Napoli, ucciso perché insidiava la donna del boss: assolti e scarcerati i presunti killer

Due ergastoli cancellati, quattro pentiti sedicenti testimoni oculari completamente sconfessati, due imputati scarcerati: che passano dalla prospettiva del fine pena mai al ritorno a casa, con piena libertà di movimento. Eccola la sentenza della terza corte di assise appello, che ha completamente ribaltato il verdetto espresso anni fa in assise al termine del primo grado di giudizio. Per l’omicidio di Antonio Ritaccio (alias Ercolino) consumato a Barra nel corso di una de faide di Napoli est, sono stati assolti e scarcerati Carlo Guarino e Francesco Ricci, al termine del verdetto pronunciato dal presidente Mastursi. Rigettata la richiesta di conferma degli ergastoli pronunciata dal pg Arcese, accolto il lavoro difensivo dei penalisti Antonio Abet e Giuseppe Ricciulli (per Guarino) e Antonio Del vecchio (per Ricci). Momenti di festa in aula dopo la lettura delle assoluzioni.

Il delitto contestato avvenne nel 2007 a Barra. Secondo la ricostruzione degli inquirenti. il 47enne pagò con la vita l’aver dato fastidio alla donna del boss. La vittima fu raggiunta da 4 killer mentre si trovava all’interno di un negozio di via Bernardo Quaranta, nel quartiere Barra. Gli imputati avrebbero fatto parte del commando di quattro persone che il 13 luglio del 2007 massacrò a colpi di pistola Antonio Ritaccio, pregiudicato dell’area orientale con presunti legami col clan Formicola di San Giovanni a Teduccio. A puntare il dito contro Guarino e Ricci furono i collaboratori di giustizia Massimo Alberto e Giuseppe Manco, A ordinare la morte di Ritaccio, secondo i pentiti e la Dda, sarebbero stati i boss Giacomo Alberto (di cui Ricci era il genero) e Raffaele Guarino, entrambi deceduti. La ‘sentenza’ fu emanata, secondo un collaboratore, perché all’epoca della scissione interna con gli Aprea, uno dei boss aveva una relazione con una ragazza di via Bisignano che, a sua volta, riceveva le ‘attenzioni’ di Ritaccio.

Questo, però, non sarebbe l’unico movente. Sia gli Alberto sia i Celeste-Guarino non nutrivano particolari simpatie per il 47enne perché, oltre alla sua vicinanza ai Formicola, lo sospettavano di aver partecipato alla spedizione che alcuni giorni prima aveva posizionato una bomba carta nei pressi dell’abitazione di Giacomo Alberto. Sarebbe stato proprio quest’ultimo a raccontare a uno dei collaboratori di giustizia i retroscena dell’agguato costato la vita a Ritaccio, spiegando che il commando partì dalla sua abitazione e che era composto da due scooter su cui viaggiavano anche gli imputati. Ritaccio fu individuato all’interno di un’attività commerciale di via Quaranta e massacrato con 15 proiettili, di cui 5 alla testa. Inizialmente, gli investigatori, sospettarono che la morte del 47enne fosse una conseguenza delle spaccature creatisi all’interno della camorra di Barra e che portarono, da li a qualche settimana, alla contrapposizione tra gli Alberto-Celeste-Guarino e la famiglia Aprea. Uno scontro, anche questo, che sarebbe esploso per ‘problemi” di donne.

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