Camorra, ecco “il Vangelo” secondo Marco Mariano: tutti gli affiliati e i rapporti con gli altri clan napoletani

Trecento pagine di storia della camorra a Napoli degli ultimi dieci anni. Sono i verbali dell’ex boss pentito Marco Mariano dei Quartieri Spagnoli e depositate agli atti del processo con rito ordinario contro una quarantina tra boss e gregari della cosca dei “Picuozzi” che non hanno aderito al rito abbreviato e che inizierĂ  tra quale settimana. Il suo è una sorta di “Vangelo” in cui fa i nomi di tutti gli affiliati e poi racconta dei rapporti con gli altri clan a cominciare dai Sarno, e poi con i Licciardi, con il boss del Vomero, Luigi Cimmino, con gli Elia, con Mario Savio, con i Ricci, con Ciro Lepre o’ sceriffo del Cavone. Insomma tutte quelle che sono state le alleanze durante la sua permanenza ai Quartieri Spagnoli dalla scarcerazione del 2009 fino al suo arresto. La novitĂ  è rappresentata dal business dele cooperative di taxi e gli affari al porto di Napoli dove i Mariano si sono infiltrati con propri prestanomi. I verbali sono pubblicati in esclusiva dal quotidiano Il Roma. Ecco alcuni stralci:

IO SONO IL CAPO

“Io sono il capo del clan Mariano che ho cercato di ricostituire dopo un lungo periodo di detenzione quando sono uscito dal carcere di Milano il 17 marzo del 2009. Ho scontato varie con- danne tutte per associazione camorristica avendo insieme a mio fratello Ciro diretto promosso e organizzato il clan. Corrisponde al vero che quando sono ritornato in libertà nel 2009 ho fatto contattare alcuni dei miei vecchi affiliati, tra cui Maurizio Overa, Armando Perrella, Vincenzo Ricci ed altri. Già quando ero detenuto in carcere al 41 bis, prima della mia liberazione nel 2009, io mi stavo preparando per tornare a Quartieri e riprendere il ruolo di capo che mi era proprio, in considerazione del fatto che i miei due fratelli erano detenuti. Preciso che al carcere di Spoleto erano detenuti insieme a mio fratello Ciro Mariano, Ciro Sarno soprannominato il “sindaco”: Loro erano insieme al reparto di massima sicurezza e potevano frequentarsi. Io ero detenuto al 41 bis, durante l’ora di aria, riuscì a comunicare anche io con Ciro Sarno e lui mi fece capire chiaramente che appena uscito non dovevo preoccuparmi di nulla facendomi capire che i Sarno avrebbero riconosciuto il mio ruolo. In quel periodo storico, in carcere e fuori, tutti sapevano che il clan Sarno era il gruppo camorristico più forte su Napoli, così come io sapevo benissimo che il loro punto di riferimento ai Quartieri era Enrico Ricci detto “Giacumino ’e fraulella” e più precisamente il fratellastro Antonio D’Amico. L’amicizia di Ciro Sarno era di vecchia data sia per me che per mio fratello Ciro. Era un’amicizia di scugnizzi e dunque a presci dere da quelle che sono state poi le alleanze criminali che hanno portato noi Mariano ad aderire all’alleanza di Secondigliano e i Sarno al gruppo criminale del Sarno-Misso-Mazzarella. Ovviamente di questo accordo con Ciro Sarno, mio fratello era pienamente a conoscenza ed era d’accordo anche perché era il suo interesse che io fuori dal carcere non avessi problemi. Quando io uscii dal carcere, ovviamente sicuro della parola di Ciro Sarno, cercai di capire quello che stava succedendo ed andai ad alcuni incontri con esponenti dei Sarno, ma mi resi subito conto che la parola che Ciro Sarno aveva dato ai suoi familiari nei miei confronti, contava ben poco e fu per questo che scrissi una lettera a Ciro Sarno, lamentandomi di quello che stavano facendo i suoi familiari fuori. Ciro Sarno, come ho letto anche sui giornali, fece arrivare una lettera ai suoi familiari dove indicava chiaramente che chi non rispettava la tregua con noi Mariano diventava automaticamente suo nemico. Purtroppo in quel momento, forse anche per un delirio di onnipotenza dei Sarno, i suoi familiari non osservarono i suoi ordini e come sapete fu organizzata con l’ausilio di D’Amico e dei Ricci, la famosa strage di Montesanto dove morì il cittadino innocente rumeno Petru Birladeanu. Io preciso che quel giorno non dovevo passare di lì, anche se in quella zona ci sono le abitazioni dei miei nipoti. Lo scopo di quella stesa era di far conoscere a tutti i clan napoletani, e in particolare noi Mariano, la potenza militare di Sarno”.
LE MIE COLLABORAZIONI

“Sono in grado di riferire, in particolare, rapporti di collaborazione con altri clan di Napoli dopo la mia scarcerazione nel 2009 e fino a settembre 2015 quando sono stato arrestato. In particolare in questo periodo ho avuto rapporti con il gruppo Elia, ed in particolare con Luciano Elia del Pallonetto di Santa Lucia, con il gruppo un Masiello, capeggiato da Armando Perrella e da Antonio Masiello detto “’o no”, Gaetano e Vincenzo detto “cucù”. Con il gruppo Mazzanti dei Quartieri Spagnoli, nella zona delle Chianche in particolare con Mario, che è stato ucciso, Francesco ed Antonio il padre. Rapporti ne ho avuti con il clan Cimmino del Vomero e in particolare con Luigi Cimmino, il figlio Diego ed il genero Pasquale detto Paco. Con il clan Lepre capeggiato da Ciro Lepre detto “’o sceriffo” del Cavone. Più di recente ho avuto rapporti con Salvatore Esposito che aveva creato un gruppo da lui capeggiato al Cavone con il quale avevo fatto un alleanza”.
LA STRAGE DI MONTESANTO
“Io ero diventato un obiettivo di Sarno nonostante le indicazioni diverse provenienti dal carcere da Ciro Sarno. Prima dell’episodio della famosa stesa avvenuta davanti alla stazione di Montesanto, ci fu un episodio molto grave avvenuto sotto l’abitazione di mio fratello Ciro ai Quartieri. Antonio D’Amico, insieme ad altri ragazzi di Ponticelli che io non conosco, insieme a Maurizio Forte, Genny e Marco Ricci, vennero armati e lì si denudarono in segno di oltraggio alla nostra famiglia. Si tratta di un episodio avvenuto qualche settimana prima della stesa di Montesanto. Io dopo quest’episodio decisi di organizzare una spedizione sotto l’abitazione di Enrico Ricci dove ci recammo tutti armati. Con me c’erano i fratelli Elia con altri loro affiliati, Antonio Esposito, Armando Perrella, Vincenzo Prinno e fratelli Mario e Francesco Mazzanti. In quell’occasione Enrico Ricci si affacciò dal balcone e io gli dissi tetualmente:“Te ne devi andare da Quartieri perché questa zona è mia”. Voglio precisare che io non ho mai creduto che Enrico Ricci fosse realmente contro di me, ci conoscevamo da tanto tempo e co- munque io sapevo benissimo che il problema vero erano i Sarno e il suo fratellastro Antonio D’Amico ed è per questo che successi- vamente io ho fatto un accordo con Ricci nonostante sapessi che nella stesa di Montesanto c’era anche il figlio Marco Ricci, garantendo allo stesso di rimanere a Quartieri anche dopo la fine de Sarno”.

(1.continua)

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