Sant’Antimo. Manca la premeditazione: ergastolo scampato per gli assassini di Maria Migliore, la 30enne di Atina, in provincia di Frosinone, uccisa e data alle fiamme a Sant’Antimo nella notte tra il 17 e il 18 novembre del 2015. Un delitto al quale aveva partecipato un intero nucleo familiare. Ma il Gup del Tribunale di Napoli Nord ha mitigato enormemente le richiesta del pubblico ministero che aveva invocato l’ergastolo per Filippo Ronga, l’uomo che la uccise, e 22 anni per gli altri tre imputati. Accolta la tesi della difesa, rappresentata dall’avvocato Antonella Regine, secondo la quale il delitto – seppure atroce – non fu premeditato. Ronga è stato condannato a venti anni, pena ancora più mite per Gennaro Grandine condannato a 10 anni di carcere, mentre sono state assolte la figlia di Ronga, Maria Grazia, e la moglie Maria Puca. I quattro, componenti dello stesso nucleo familiare, sono accusati a vario titolo di concorso in omicidio, incendio e distruzione di cadavere, oltre che violazione della legge armi. Il corpo di Maria Migliore, originaria di Caivano in provincia di Napoli, ma da anni residente ad Atina in provincia di Frosinone, sposata e madre di tre bambini piccoli, fu trovato carbonizzato nel suo furgone in via Toriello Separiello. I genitori della donna, Mimmo e Alfonsina, da anni si erano trasferiti ad Atina, dove hanno un negozio di frutta e verdura, e Maria Migliore tornava spesso in provincia di Napoli. Secondo la ricostruzione dei carabinieri che indagarono fu barbaro delitto, Maria Migliore fu uccisa per una ritorsione maturata negli ambienti dello spaccio di stupefacenti. I militari del nucleo investigativo di Castello di Cisterna, fecero luce in poco tempo sull’omicidio. Maria Migliore aveva raggiunto Filippo Ronga nella sua abitazione per chiarire una controversia legata a dei soldi provento di spaccio. Lì avvenne una prima discussione, subito dopo i componenti della famiglia Ronga, la figlia e il fidanzato e la mamma, si allontanarono. Tutti si ritrovarono poco dopo le 23 in via Toriello Separiello, dove – secondo la ricostruzione – avvenne una violentissima discussione. Ronga estrasse la pistola che portava nella cintola dei pantaloni, una beretta calibro 9×21, e sparò uccidendo la 30enne. La donna fu poi caricata sulla prpria auto, un furgone Fiat Doblò e con l’aiuto del 21enne fidanzato della figlia diede fuoco alla vettura. Poi i tre fuggirono. La pistola, con matricola abrasa, fu ritrovata grazie alle indicazioni di uno degli indagati ad Afragola. Il giovane fece sparire il giubbotto macchiato di sangue, le bottiglie di benzina e l’arma utilizzata per uccidere la vittima. Sotto accusa finirono tutti i componenti del nucleo familiare, ma il Giudice per le udienze preliminari che ha giudicato gli imputati con rito abbreviato, ha ritenuto di dover condannare solo i due uomini. Pene miti per un delitto atroce, aldilà del movente. 

Redazione Cronache della Campania