Parlava al telefono senza sapere di essere intercettato e vantandosi col proprio interlocutore, sostiene di essere il “proprietario” di tutta la zona del “Cannavino”, pronunciando direttamente il proprio cognome (“è tutto mio … Cannavino, tutte le case, Ceci il costruttore … le piante, i marciapiedi, sui tombini … c’è scritto Ceci”). Francesco Ceci non era solo uno dei gestori delle piazze di spaccio più importanti di Pianura del clan Pesce-Marfella ma era anche colui che per conto della cosca gestiva l’affare delle case popolari di via Cannavino di proprietà del comune di Napoli e ma che nella realtà erano nella disponibilità economica del clan e rappresentano uno degli introiti della famiglia malavitosa che controlla tutti gli affari illeciti del quartiere. Ieri Francesco Ceci è stato raggiunto in carcere da una nuova ordinanza con l’accusa di estorsione. Con lui è stato colpito dall’ordinanza della Dda anche Vincenzo Birra mentre ai domiciliari è finito un incensurato loro complice, Domenico Di Pietro. I tre avevano vessato un cittadino fino ad fargli versare 17mila per stare nella casa popolare lasciata ad ottobre scorsa della vecchia assegnataria invece degli ottomila euro pattuiti. E così la famiglia stanca delle continue minacce ha deciso di vuotare il sacco e raccontare tutto ai magistrati.  “Diedi le chiavi, ma non bastò. Fui trattata in malo modo, mi disse il dipendente dell’ufficio di Palazzo San Giacomo che sarei stata indicata come responsabile della casa anche nei mesi successivi, nonostante non abitassi più in quel posto. Mi disse anche che di tanto in tanto avrei fatto bene a controllare se qualcuno vi fosse entrato per occuparla”. E’ questa la novità dell’indagine della Dda di Napoli che ieri ha portato in carcere i tre. Uno scenario inquietante che coinvolge altre persone con responsabilità all’interno della macchina comunale anche alla luce delle dichiarazioni di Francesco Ceci, uno di quelli che per dimostrare la propria fedeltà al boss Pasquale Pesce si era fatto tatuare sul petto “Pasquale e’ Bianchina” ovvero l’alias malavitoso del capoclan. L’indagine della Dda è molto più ampia e tende a scoprire le eventuali complicità grazie alle quali il clan gestisce le case popolari di via Cannavino uno po come accadeva a Ponticelli con il clan D’Amico “fraulella”. La denuncia della famiglia minacciata è stata molto dettagliata: “Sapevo che la camorra di Pianura gestisce le case comunali, con il meccanismo dello stato di famiglia: si costringe il legittimo assegnatario ad inserire una persona nella propria anagrafe, una persona che poi riscatterà la casa dopo che il titolare sarà costretta a lasciarla. Volevo dare una vita dignitosa a mia moglie e a mio figlio, mi sono rivolto al sistema che possedeva un appartamento lasciato dal proprietario”. Ma gli 8 mila euro pattuiti non bastarono perché Ceci è arrivato ad incassare 17mila euro con minacce, pedinamenti rivolti ai componenti del nucleo familiare, accerchiamenti con i motorini in strada, citofonate anche nel cuore della notte. Un crescendo di intimidazioni. ha spiegato l’uomo nella denuncia: “Il sistema ti toglie la vita per molto meno , ero finito in preda all’angoscia e alla disperazione, temevo per la mia vita, ma anche per mia moglie e per mio figlio di sette anni”. Quelli del clan Marfella-Pesce infatti erano a conoscenza anche del luogo in cui abitano i parenti più stretti del nucleo familiare preso di mira.  Ma da ieri, e almeno per il momento, le angosce sono finite.

 Rosaria Federico

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(nella foto Francesco Ceci)

Redazione Cronache della Campania