La ricerca scientifica in Italia e in Europa

Se oggi viviamo nel mondo a cui siamo abituati, molto lo dobbiamo a un’attività in particolare: la ricerca scientifica. Spesso non totalmente compresa, la ricerca scientifica è un elemento di fondamentale importanza per la vita economica e sociale di un paese.

Il progresso nell’ambito della ricerca scientifica è però collegato strettamente agli investimenti economici e alle risorse stanziate; laboratori, macchinari e team di ricerca richiedono investimenti e il vero progresso tecnologico passa per la sperimentazione, la condivisione di idee e la collaborazione. Basti pensare che ITER, il progetto per la realizzazione del reattore per la fusione nucleare in costruzione in Francia (con il contributo di 8 stati, fra cui l’Italia, e dell’Unione Europea) richiede investimenti per 15 miliardi di euro. Qual è però la situazione in Italia in quanto a investimenti in ricerca?

Secondo EUROSTAT, nel 2011 in Italia gli investimenti pubblici e privati in ricerca hanno rappresentato l’1,25% del PIL (Prodotto Interno Lordo). La gran parte della ricerca fa capo alle imprese, allo stato e alle università. I finanziamenti sono rivolti sia al settore pubblico (29% alle università, 14% per enti governativi e 3% per gli enti no profit) che a quello privato (54% verso imprese e aziende), dando lavoro a oltre 348.215 persone, di cui 149.807 ricercatori, di cui quasi il 70% sono uomini. La gran parte delle persone coinvolte lavorano nel settore privato e accademico (87%), mentre il 13% per enti statali e para-statali.

L’Italia nel Contesto Europeo e Mondiale

Con il programma “Horizon 2020” i Paesi della UE hanno fissato l’obbiettivo di investire il 3% del PIL in R&S; l’Italia è purtroppo ancora molto lontana da questi standard e si ferma al 1,25%, ancora distante dai risultati di una nazione come la Germania, che si attesta oggi al 2,92%.

L’Europa resta in generale molto indietro rispetto ad altre nazione extra-UE; la media europea di investimenti in ricerca rispetto al PIL è ancora inferiore a quella di USA e Giappone. I due paesi si attestano infatti rispettivamente sul 3% e sul 3,3%. Il problema diventa ancora più importante se si considera l’impatto sulla ricerca scientifica legato allo squilibrio della fuga di cervelli nei vari Paesi dell’Unione Europea, recentemente studiato nel paper “Quantifying the negative impact of brain drain on the integration of European science” di Omar A. Doria Arrieta, Fabio Pammolli (EIB – Polimi), e Alexander M. Petersen (University of California Merced).


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