Posto fisso? Gli italiani non ci credono più. Una indagine svela che la provvisorietà è soprattutto delle donne

Ben tre lavoratori su quattro (il 74%) sono rassegnati all’idea che una carriera lineare portata avanti per tutta la vita lavorativa, all’interno della stessa azienda o istituzione, non esista più. La provvisorietà del posto di lavoro è avvertita maggiormente dalle donne (77% contro il 70% degli uomini) e dai lavoratori più maturi (76% dei dipendenti nella fascia 45-67 anni, contro il 72% degli occupati fra i 18 e i 44 anni). E’ quanto emerge dall’ultima edizione del Randstad Workmonitor, l’indagine trimestrale sul mondo del lavoro di Randstad, condotta in 33 Paesi del mondo su un campione di 400 lavoratori di eta’ compresa fra 18 e 65 anni per ogni nazione. Nel dettaglio, secondo i risultati della ricerca, quasi tre quarti degli italiani (74%) hanno rinunciato definitivamente all’idea del posto fisso. Una percentuale in linea con la rilevazione globale (73%), da cui emerge che la sensazione di instabilità è molto più accentuata nell’Europa meridionale, mentre i lavoratori dei paesi del dell’Europa centro-settentrionale si sentono mediamente più garantiti. In particolare, i dipendenti di Portogallo (86%), Grecia (82%), Francia (80%) e Spagna (77%) sono più rassegnati degli italiani alla scomparsa del posto fisso, mentre gli occupati di Germania (71%), Svezia (67%), Danimarca (66%), Norvegia (62%) e Lussemburgo (53%) hanno molta più fiducia nella possibilità di lavorare a lungo nella stessa impresa.
 Il 91% degli italiani avverte la necessità di continuare ad aggiornare le proprie competenze per mantenere o migliorare la propria occupabilità, contro l’86% della media globale. In Europa, soltanto i portoghesi (95%) sono più preoccupati per l’inadeguatezza delle proprie competenze, mentre gli svedesi sono i più sicuri delle loro capacita’ (39%). Quasi due italiani su tre (il 60%) sono disposti a trasferirsi temporaneamente all’estero o a emigrare definitivamente (59%) per trovare un impiego non disponibile in Italia, contro una media globale rispettivamente del 55% e del 51%. In Europa, soltanto la Spagna mostra una maggiore propensione a cercare fortuna all’estero (64% e 60%). L’85% dei lavoratori, ad esempio, accetterebbe un contratto a termine pur di non restare disoccupato, contro una media globale dell’80%, e ben il 44% sarebbe pronto a ridursi lo stipendio o ad accettare un demansionamento per non perdere l’impiego, contro una media globale pari al 42%. Dalla ricerca emerge anche una diffusa convinzione che in futuro l’offerta di alcuni lavori non potrà essere soddisfatta a causa della carenza di manodopera (lo pensa il 68% del campione italiano, contro il 69% della media globale). Per colmare il divario fra domanda e offerta di lavoro, gli italiani, al pari dei lavoratori di tutti gli altri paesi analizzati, ritengono che sia meglio incentivare la formazione e l’aggiornamento professionale dei disoccupati (92%, contro l’88% della media globale) piuttosto che impegnarsi per attirare lavoratori dall’estero (60%, contro una media globale pari al 59%).
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