Napoli, la legge non è uguale per tutti: stessa pena ma un giudice scarcera e un altro no

 

Per alcuni giorni è sembrato quasi che a Napoli la legge non è uguale per tutti. E’ emblematico infatti il caso portato alla luce dagli avvocati Paolo Cerruti e Fabio Marfella. Due imputati condannati alla stessa pena per lo stesso reato (2 anni e 8 mesi per tentata estorsione) per i quali pero’ il Tribunale di Sorveglianza, chiamato a pronunciarsi sulla concessione della liberta’ anticipata, adotta decisioni opposte: un giudice decide per la scarcerazione di un imputato, un secondo giudice rigetta l’istanza e tiene in carcere l’altro. Una situazione – poi sanata dal presidente del Tribunale di Sorveglianza con la fissazione immediata di una nuova trattazione del reclamo conclusa con l’accoglimento della richieste dalla difesa – che viene comunque stigmatizzata in una nota dagli avvocati Paolo Cerruti e Fabio Marfella.
”E’ inaccettabile – scrivono i penalisti – che all’interno del medesimo Tribunale, due giudici diversi risolvano in maniera tanto dissimile una medesima questione, in spregio al principio di uguaglianza. Pur nel rispetto del lavoro dei giudici, occorre che venga adottato un indirizzo condiviso, anche perche’ un detenuto costa alla Comunita’ circa 350 ? al giorno”. Gli avvocati Cerruti e Marfella evidenziano che ”uno dei Presidenti del Tribunale di Sorveglianza, grazie al suo equilibrio e all’encomiabile spirito di sacrificio, resosi conto dell’assurdo giuridico che caratterizzava la vicenda, provvedeva ad una rapida fissazione della trattazione del reclamo, nonostante l’enorme carico. Come era logico e giuridicamente corretto, accoglieva le doglianze difensive, mettendo fine a questo increscioso calvario giudiziario, dopo una ingiusta carcerazione di 41 giorni, a cui si devono aggiungere quelli gia’ espiati in eccesso durante i domiciliari”.
”La legge, allora, non e’ uguale per tutti: un detenuto a Napoli – scrivono i legali – sicuramente vedra’ riconosciuti i propri diritti in tempi decuplicati rispetto al detenuto in altra Regione; addirittura, due condannati con la stessa posizione, detenuti nello stesso carcere, che hanno tenuto una condotta impeccabile, si trovano, per un capriccio della sorte, assegnati a magistrati diversi che decidono in maniera differente. Cio’ non puo’ e non deve accadere”.
Gli avvocati ripercorrono tutti i passaggi della complessa vicenda giudiziaria che ha visto coinvolti due imprenditori incensurati, M.R. e A.T., imputati nello stesso processo, davanti al Gup di Napoli, per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. Furono entrambi condannati a 2 anni e 8 mesi di reclusione, con la concessione delle circostanze attenuanti generiche e del risarcimento del danno. Dopo un breve periodo di detenzione carceraria, i due vennero posti agli arresti domiciliari con autorizzazione a recarsi al lavoro, anche fuori regione. La condanna inflitta ai due imprenditori venne espiata quasi interamente ai domiciliari con autorizzazione al lavoro, fatta eccezione per un breve periodo residuo, che sarebbe stato assorbito nel calcolo dei giorni di liberazione anticipata per la buona condotta manifestata durante l’intero periodo detentivo. ”M.R. ha sempre rispettato le prescrizioni, non si e’ mai associato a pregiudicati, ha sempre svolto regolare attivita’ lavorativa. La riduzione per la buona condotte era un atto dovuto”, spiegano gli avvocati.
La contestazione dell’aggravante del metodo mafioso avrebbe dovuto, pero’, – sottolineano – obbligare la Procura ad emettere ordine di carcerazione ancora prima di valutare il periodo di buona condotta. ”L’art. 656 del codice di procedura appare, in questo caso, assolutamente ingiusto, illogico ed irrazionale, tale da imporre un’inutile carcerazione per un periodo brevissimo, per il solo fatto che fosse stata contestata l’aggravante del metodo mafioso, atteso che, con la concessione preventiva della liberazione anticipata, M.R. avrebbe espiato una carcerazione superiore a quella inflitta. La carcerazione, in estrema sintesi, avrebbe assunto i caratteri di una sanzione ingiustamente afflittiva e non gia’ rieducativa”. Esauriti tutti i gradi di giudizio, la Procura Generale, in accordo con la difesa, aveva proposto incidente di legittimita’ costituzionale per violazione del principio di uguaglianza e rieducativo della pena. La trattazione era fissata, dopo diversi rinvii, all’udienza del 20 dicembre scorso dinanzi alla Corte di Appello di NAPOLI. ”Inspiegabilmente, pero’, – scrivono Cerruti e Marfella – il 27 ottobre la Procura Generale ritirava la richiesta ed emetteva ordine di esecuzione per la carcerazione”.
”Pertanto, M.R. e il coimputato A.T. venivano tratti in arresto e condotti al carcere di Secondigliano, in attesa che due diversi magistrati di Sorveglianza, si pronunciassero sulla concessione della liberazione anticipata. Da tale momento si dividono le sorti dei due coimputati, condannati per gli stessi capi e con la medesima condanna. M.R. si e’ visto rigettare la richiesta per tutto il periodo di detenzione, fino alla sentenza di condanna di primo grado, sul presupposto che in imputazione fosse segnalata la perduranza della condotta, sebbene questa fosse stata smentita nella motivazione offerta in sentenza e, prima ancora, dalla natura del reato contestato, arrestatosi al tentativo. Al contrario, A.T., vedeva riconoscersi la liberazione anticipata per tutto il periodo di detenzione e veniva liberato”.