“Chiedo umilmente perdono a Verona, all’Italia, a tutto il mondo, provo tanta vergogna per quello che ho fatto e sono molto pentito”. Cosi ha scritto al Corriere del Veneto due giorni fa Pasquale Ricciardi Silvestri nativo di Castellammare di Stabia ma da anni residente in Veneto dal carcere di Montorio dove si trova rinchiuso da due settimane per la rapina milionaria che la sera del 19 novembre 2015 ha depredato il museo di Castelvecchio e l’intera città di 17 opere dall’inestimabile pregio storico e culturale. Ed è a “tutti i veronesi” che Pasquale Ricciardi Silvestri, fratello gemello della guardia giurata di Sicuritalia che secondo gli inquirenti avrebbe fatto da basista al saccheggio da 17 milioni di euro, indirizza la sua lettera di scuse e di pentimento. Parole poste nero su bianco a cuore aperto, frasi accorate in cui il 41enne ribadisce la versione resa fin dal primo interrogatorio.

“A settembre del 2015 sono stato avvicinato da alcuni individui moldavi che mi chiedevano aiuto per effettuare dei furti in Italia, mostrandomi anche alcuni quadri di Castelvecchio – sostiene Pasquale Ricciardi Silvestri (il doppio cognome è motivato dall’adozione dopo la nascita) -. Io li avevo allontanati da quell’idea per l’assurdità del furto, e perché non potevo aiutarli in alcun modo. Loro avrebbero voluto delle chiavi per entrare di notte nel museo…». Difeso dall’avvocato Teresa Bruno che venerdì al Riesame ne chiederà l’alleggerimento dell’attuale misura detentiva, finora il fratello del vigilante è l’unico tra i fermati per la rapina che, insieme alla convivente ucraina Svitlana Tkachuck, ha iniziato a collaborare con gli investigatori. Ed entrambi, dal primo momento, hanno rilasciato ai magistrati dichiarazioni pressoché sovrapponibili pur non essendosi mai parlati dopo i provvedimenti di fermo effettuati all’alba del 15 marzo scorso: «Dopo aver appreso dai giornali della rapina, incuriosito li ho contattati e mi hanno confermato di essere stati loro, vantandosi di esserci riusciti senza il mio aiuto, mi hanno promesso un borsone pieno di soldi se fossi stato zitto”.

Secondo il racconto di Pasquale Silvestri, padre di tre figli (di cui una bimba di pochi mesi avuta dalla compagna Svitlana,che proprio per la piccola ha ottenuto dal gip i domiciliari), tra lui e i moldavi i rapporti si sarebbero interrotti fino al colpo, di cui lui avrebbe «appreso dai giornali »: a quel punto li avrebbe ricontattati sperando di ricavarci qualcosa (Svitlana ha parlato agli inquirenti di un «regalino  , lui accenna a un «borsone di soldi»). Nessuna responsabilità diretta nell’organizzazione né nell’effettuazione della rapina al museo: continua a essere questa la tesi di Pasquale Silvestri, che invece ammette di aver sbagliato a non denunciare subito i moldavi: « Io qui chiedo umilmente perdono a Verona, all’Italia, a tutto il mondo. Provo tanta vergogna per quello che ho fatto e sono molto pentito, a sentire che mi avrebbero dato dei soldi sono caduto nella tentazione. Il dolore più forte che sento nel cuore è di non aver avvisato subito le forze dell’ordine, sono molto pentito di quello che ho fatto e spero che un giorno mi perdonerete. Spero che i quadri vengano recuperati, e tornino al loro posto». È l’auspicio di tutti.All’indomani della rapina si era parlato di un colpo milionario messo a segno da tre banditi che avevano immobilizzato la guardia giurata e portato via opere d’arte del valore stimato di oltre quindici milioni di euro. Dalle indagini, però, è emerso che proprio il vigilante sarebbe il basista della banda italo-moldava. Gli arresti sono stati effettuati pochi giorni fa dal Reparto Operativo del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei carabinieri che ha portato avanti l’inchiesta assieme agli agenti della Squadra mobile della Questura di Verona e del Servizio Centrale Operativo (Sco) della polizia di stato. Secondo gli inquirenti le opere d’arte sarebbero nascoste in Moldavia.

Redazione Cronache della Campania