Si chiamano orfani speciali perche’ hanno perso due genitori insieme. Non solo la mamma uccisa, ma anche il papa’ che si trova sotto pena detentiva oppure si e’ tolto la vita. Minori lasciati soli in un trauma che si puo’ sintetizzare in tre immagini: il lutto, una guerra in famiglia e il terremoto che segna la perdita della casa e della quotidianita’. ‘Switch-off: orfani speciali dei femminicidi’ e’ la ricerca condotta dall’Associazione D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza – e la Facolta’ di Psicologia della Seconda Universita’ degli Studi di Napoli, per fare luce sull’universo inesplorato dei bambini e dei ragazzi la cui mamma e’ stata uccisa dal papa’: un campione di 1.600 orfani vittime di femminicidio in un arco di tempo di 15 anni. Un lavoro nazionale, riportato sul sito www.switch-off.eu, che riporta nel dettaglio i risultati delle interviste fatte a 123 orfani. “Questo non e’ un campione rappresentativo della popolazione degli orfani- chiarisce Anna Costanza Baldry, responsabile scientifico del progetto- sono solo coloro che hanno accettato di essere intervistati. Noi li abbiamo cercati uno ad uno, ma non tutti hanno dato il consenso, se maggiorenni. Nel caso di minorenni, invece, ci interessava ascoltare i caregiver per poter ricostruire il vissuto di questi orfani”. L’obiettivo del lavoro e’ stato capire chi sono questi minori, dove vanno e cosa gli succede dopo la perdita dei genitori. “Un progetto per monitorarli e stilare delle linee guida utili a tutte le figure professionali, istituzionali e non, chiamate a farsene carico: forze dell’ordine, assistenti sociali, psichiatri, insegnanti, medici, psicologi e magistrati”, chiarisce Baldry. Il primo dato “inquietante che emerge dalla ricerca e’ che nell’84% dei casi erano minorenni. Otto volte su 10 i bambini erano gia’ traumatizzati perche’ avevano assistito alla violenza in famiglia. L’omicidio non e’ un raptus”, aggiunge la studiosa. Il 40% degli orfani di femminicidio “era presente al momento dell’uccisione della madre”, rivela Baldry. “Alcuni erano presenti fisicamente, altri hanno sentito l’accaduto. Questo perche’ “la maggior parte degli omicidi avviene in casa o nelle vicinanze dell’abitazione. Il 44% degli orfani- si legge nella ricerca- ha visto il cadavere della mamma uccisa. Il trauma non ha confini”. Inoltre, “Il 20% dei padri si suicida- fa sapere la docente- mentre nel nostro campione (123) e’ il 14,8% ad aver commesso suicidio”. CHI RIVELA L’ACCADUTO AGLI ORFANI SPECIALI – “Il 50% degli orfani che hanno assistito all’omicidio sapeva cosa fosse successo. Quando il bambino non c’e’ chi ha dovuto prendersene carico non sempre ha potuto comunicare subito la verita’. Da chi lo hanno saputo?- chiede la responsabile scientifica della ricerca- Dai familiari e dalle forze dell’ordine. Dove sono portati dopo aver perso la mamma? Questa e’ una fotografia che cambia nel tempo. Il collocamento varia- sottolinea l’esperta- A volte hanno subito spostamenti dal nucleo familiare del genitore dell’omicida per poi essere affidati ai familiari materni, che non vivono sempre nello stesso luogo”. IL SUPPORTO – Su questo dato si entra in una vasta gamma di problemi: “Il 57% degli orfani non hanno sostegno psicologico e nel 98% dei casi non hanno nemmeno il sostegno economico. Il 33% non ha avuto alcun supporto- sottolinea Baldry- e solo nel 22% dei casi si e’ verificato un sostegno familiare”. LE PROBLEMATICHE SEGNALATE DAI CAREGIVER – “Il sostegno psicologico e’ assente nel 35% dei casi e non parlo dell’emergenza ma di un bisogno di psicoterapia che deve essere individualizzato, e non puo’ essere limitato nel tempo. Deve dipendere dai bisogni. I caregiver- racconta la studiosa- hanno affermato di avere problemi relazionali con l’orfano nel 40% dei casi, perche’ il minore non ha scelto con chi andare. Sono stati collocati in case famiglia, comunita’, o parenti che non vedevano mai. Le difficolta’ economiche, inoltre, sono segnalate dal 19% degli affidatari- spiega- che si ritrovano con un numero di figli in piu’ e senza aiuti”. Dallo studio e’ infatti emerso che gli affidatari “non percepiscono supporti nel 39% dei casi. C’e’ piuttosto un aiuto informale fornito dalle associazioni (44%)”. COSA DICONO I CAREGIVER? “Al dolore della perdita si sommano problemi economici ed emotivi. Ci vuole consapevolezza sociale, non spettacolarizzazione e pietismo. Non sono un fenomeno da baraccone, il pietismo allontana e puo’ discriminare. Bisogna essere solidali, concreti e andare avanti- conclude Baldry- con rispetto, tutela e sostegno”.

Redazione Cronache della Campania