Armi, Di Leva: “Il mio nome musulmano è Jaafar”: così l’ingegnere trattava la fornitura di elicotteri con un iraniano

In una e-mail indirizzata a un iraniano con il quale sta in trattativa per una fornitura di elicotteri, Mario Di Leva, il sangiorgese fermato oggi nell’ambito dell’inchiesta sul traffico di armi, precisa di essere musulmano e di aver assunto il nome di Jaafar, in onore del sesto Imam. E’ quanto emerge dal decreto di fermo emesso dai pm della Dda di Napoli Catello Maresca e Luigi Giordano, titolari dell’indagine coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli. “Nel corso delle perquisizioni nelle abitazioni di Mario Di Leva e dalla moglie Annamaria Fontana, a San Giorgio a Cremano e a Pescasseroli sono stati rinvenuti documenti e supporti informatici ”che confermano pienamente l’attività di commercio d’armamento e ‘dual use’ con paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, con particolare riferimento all’Iran e alla Libia” scrivono i magistrati. In una mail lo stesso Di Leva spiega di utilizzare la società panamense Mallory Airline in quanto “trattandosi di una società costituita in uno stato che non aderisce ad alcuna forma di embargo nei confronti dell’Iran, può esportare aerei e pezzi di ricambio presso quel paese e si presta, quindi, per essere utilizzata per l’effettuazione di triangolazioni commerciali al fine di eludere i divieti internazionali”.
“La gravità dei fatti descritti deve essere considerata in particolar modo alla luce delle vicende internazionali, con riguardo agli episodi di cronaca che sempre con maggior frequenza appaiono sugli organi di stampa, con riferimento ai delitti di sangue che sono collegati alle vicende del terrorismo internazionale. Appare evidente che, per quanto attiene ai fatti di traffico internazionale di armi e di materiali dual use contestati, ci si trova di fronte ad una compagine criminale che è strutturata in modo professionale per l’effettuazione di commercio di materiali sensibili al di fuori dei canali ufficiali”. E’ quanto sottolineano i Pm della Dda di Napoli Catello Maresca e Maurizio Giordano nel provvedimento di fermo a carico del gruppo accusato di aver organizzato un traffico di armi verso la Libia e l’Iran. “Pertanto -scrivono i pm- si può concludere che i fatti oggetto delle indagini posti in essere dagli indagati devono essere inquadrati a tutti gli effetti fra le vicende di terrorismo internazionale, in quanto contributo indiretto e non controllabile all’inasprimento dei confitti in essere e, quindi, fattore di aumento non solo della recrudescenza dei fenomeni delittuosi nei paesi devastati dalle guerre civili di cui si discute ma del rischio a cui si espongono anche i paesi che tali fenomeni alimentano”. Gli inquirenti hanno anche registrato le trattative nelle quali erano impegnati i coniugi Di Leva: una eliambulanza convertibile a uso militare, degli elicotteri di assalto sovietici MI-17, un carico di 13.950 fucili M14 e decine di missili di vario genere e di diversa portata. Era questa una delle forniture che non sono andate in porto per “cause indipendenti dalla loro volontà” che sarebbe dovuta arrivare al governo provvisorio libico nei primi quindici giorni di marzo del 2015. Fornitura anche tra i capi di imputazione contestati dalla Dda di Napoli ai tre arrestati Mario Di Leva, detto Jaafar, alla moglie Annamaria Fontana, entrambi di San Giorgio a Cremano, in provincia di Napoli, e ad Andrea Pardi, ‘amministratore delegato della Societa’ Italiana Elicotteri. Nell’altro capo di imputazione c’è una fornitura di armi di produzione sovietica, tra cui missili anticarro e terra-aria. Anche in questo caso ne rispondo i coniugi e il libico Mohamud Ali’ Shaswish, che è latitante. L’esportazione in Iran di pezzi di ricambio di elicotteri per la somma di 757.500 euro, attraverso una società panamense è contestato ai coniugi.


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