Spaccio di droga a Barra: chiesti 90 anni di carcere per i ras del clan Cuccaro

Spaccio nel quartiere di Barra: chiesti 90 anni di carcere per i ras del clan Cuccaro e in modo particolare per i componenti della famiglia Scognamiglio. Nel corso della requisitoria il pm della Dda di Napoli ha chiesto 16 anni di carcere per Gaetano Maddaluno, 12 anni di carcere ciascuno per Vincenzo Salzano, Salvatore Busiello e Andrea Andolfi; nove anni per Salvatore Campagna; sei anni per Ciro La- ricchio; quattro anni per Luigi e Vincenzo Minichini,  Paolo Scognamiglio (padre) e Antonio, mentre per l’altro figlio Gennaro, cinque anni. Infine per la madre Carmela Cureti, due anni di reclusione. Ora la parola passa al collegio difensivo e poi al giudice per la sentenza.
Il blitz scattĂČ nel settembre scorso. Tutto in famiglia. Antonio Scognamiglio, nella gestione della sua piazza in “franchising”, non aveva lasciato nulla al caso. Del resto sapeva di poter contare sull’affidabilità e la protezione del focolare domestico. Il padre Paolo, durante la momentanea assenza del figlio e su richiesta di quest’ultimo, si occupava della riscossione del denaro versato dal consumatore di turno. Più articolato, invece, il ruolo della madre, Carmela Cureti. A lei, in occasione delle perquisizioni domicialiari effettuate dalle forze dell’ordine spettava infatti l’onere di far sparire gli strumenti per la pesatura e il confezionamento della droga. In caso di “estremo pericolo doveva doveva disfarsi anche della “roba”.Insomma, non doveva lasciare traccia.
Emblematica l’intercettazione telefonica del 16 settembre 2014. Antonio Scognamiglio, accortosi della presenza degli agenti nei pressi della sua abitazione, decide di chiamare la madre Carmela.

A.S.: «Vedi che stanno bussando le guardie».
C.C.: «Da noi?».
A.S.: «Eh, non lo so. Hanno bussato, vedi. Ci sta il bilancino dentro, lo… come si chiama, dentro la scatola. Mettilo dentro le mutande e basta. Poi non ci sta nulla. Ciao».

Dopo avere “lavorato” per la camorra aveva messo in piedi un’attività di spaccio in casa, con il consenso del clan Cuccaro, che però si faceva consegnare il pizzo, 200 euro a settimana.E cosĂŹ Antonio Scognamiglio, 37 anni, pregiudicato per ridurre i costi del personale aveva affidato alla famiglia tutto il resto della catena di montaggio dello spaccio: cocaina e marijuana venivano consegnate calando il tipico “paniere” dal balcone. Il padre di Scognamiglio riscuoteva il denaro e la mamma nascondeva droga e attrezzature quando arrivavano le forze dell’ordine. Scognamiglio era anche attrezzato per scoraggiare eventuali concorrenti: nell’abitazione, nascoste nel vano di una parete appositamente ricavato, i militari hanno scoperto due pistole.La piazza di Antonio Scognamiglio generava introiti tutt’altro che trascurabili. I vertici dei Cuccaro questo lo sapevano bene e, di conseguenza, non ammettevano alcun ritardo sul pagamento della concessione. Pena il versamento di un’ulteriore balzello. Per poi, in caso di riscontro negativo, passare alle vie di fatto. E così “’o parrocchiano”, pur operando nell’orbita del clan, ne diventava a sua volta vittima. Un paradosso che anche il gip De Falco Giannone mette nero su bianco nell’ordinanza firmata ieri: “Né a diverse conlcusioni si può pervenire, come pare aver fatto la Procura, distinguendo tra il canone regolar- mente corrisposto di 200 euro settimanali e il sovrapprezzo di 170 euro, dovuto come penale e imposto dal clan avvalendosi della propria forza intimidatoria”.Scognamiglio aveva il fiato dei Cuccaro sul collo e il 23 ottobre 2014, nel corso di una delle tante telefonate finite poi agli atti, racconta le sue preoccupazioni a una donna.

A.S.: «Sto dentro a un guaio».
D: «Che è?».
A.S.: «Devo portare 500 euro per stasera». D.: «A chi?».
A.S.: «A questi qua».
D.: «E perché?».
A.S.: «Perché altrimenti mi fanno male. Mo mi stavo quasi chiavando a mazzate».
D: «Ma dove li vai a prendere (i 500 euro, ndr) per darglieli?».
A.S.: «Non lo so… come si agisce, boh. Me ne vado, che devo fare…».

La situazione degenera, il fronte del malcontento cresce. Da agosto il fratello Gennaro è costretto a dormire a casa di lui su un materasso a terra, perché, per i contrasti nati con i Cuccaro in seguito a una rapina, ha esploso diversi colpi di pistola in via Mastelloni. Nel mirino era finito in quell’occasione nientemeno che Palazzo Marigliana, la raccaforte della cosca egemone a Barra. Un guaio che “’o parrocchiano” non digerisce e che non manca di rinfacciare al fratello.

G.S.: «Poi ti faccio vedere».
A.S.: «Vedi di toglierti davanti, i problemi tuoi piangiteli tu, io già ne ho tanti».
Quell’atto di ribellione finì per mandare in frantumi gli ultimi affari degli Scognamiglio.

(nella foto da sinistra Gaetano Maddaluno, Antonio Scognamiglio, Gennaro Scognamiglio, Salvatore Campagna, Vincenzo Salzano, Ciro Laricchio)

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