La casa del boss diventa “un punto di riferimento per le iniziative a sostegno delle vittime innocenti delle mafie”.Questa mattina l’ex residenza di Aldo Agretti è passataufficialmente nelle mani dello stato e diventerà un simbolo di lotta alle mafie. L’immobile confiscato ad un elemento di spicco del clan Gionta si trova in via Vittorio Veneto 390, a Torre Annunziata, nel cosiddetto “palazzo delle catene”, uno dei grattacieli del centro oplontino, nei pressi dell’uscita Sud dell’autostrada A3. Il sindaco Giosuè Starita, finora custode della casa,ha consegnato ufficialmente le chiavi nelle mani di Carmela Sermino, vedova di Giuseppe Veropalumbo, ucciso da un proiettile va- gante la notte di Capodanno del 2007.

“Ieri la mia piccola Ludovica già immaginava la sua nuova cameretta. E’ stato commovente parlarne con lei”, ha spiegato commossa Carmela Sermino. E poi ha aggiunto: “Il salone della casa lo intitolerò, in collaborazione col Comune e con la fondazione Polis di Napoli, a Gaetano Montanino, vittima innocente di mafia”. E’ la stessa Carmela Sermino ad annunciarlo, stretta in un profondo abbraccio con Lucia Di Mauro. Una vedova come lei, la vedova Montanino, guardia giurata uccisa nel 2009 in piazza Mercato a Napoli e dopo un conflitto a fuoco con due rapinatori vicini al clan Contini.
“Nel salone – ha continuato la Sermino – ospiteremo una volta a settimana una serie di incontri con le associazioni e i familiari delle vittime. Perché nessuno, tornando a casa, dopo i tappeti rossi stesi alle cerimonie dovrà sentirsi solo. Come invece mi sono sentita io, 8 anni fa. Sola e tradita dalla città che Giuseppe amava più della sua stessa vita”. Presenti alla cerimonia di consegna anche Antonio Cesarano, il papà di Gennarino, ucciso a soli 17 anni dai suoi killer in una domenica di fuoco e di camorra al rione Sanità. Con lui, che ha annunciato per il prossimo 6 settembre l’installazione di un monumento in bronzo in memoria di Genny, proprio in piazzetta San Vincenzo, anche Luigi Monteleone (Movimento “Un popolo in cammino”).
“La camorra si combatte con gesti concreti, concedendo i suoi luoghi simbolo a chi ha perso tutto per colpa sua. Spero che in collaborazione con la Regione anche Palazzo Fienga – ha commentato il sindaco di Torre Annunziata – ottenga questa destinazione. L’obiettivo è far tornare tutte le vittime innocenti alle proprie città di origine. Ho un sogno. Dopo la diaspora, il ritorno alla vita nel Vesuviano”.

La casa è un appartamento di 160 metri quadrati al sesto piano di un palazzo in via Vittorio Veneto, 390. Un salone ampio, un bagno funzionale con grande specchio, una cucina, ripostiglio e cameretta. Quasi un sogno per Carmela e Ludovica, che torneranno così a Torre Annunziata. Ludovica, cresciuta senza il padre, ora ha 10 anni. Finalmente, potrà frequentare le Medie nella sua città. Da quel maledetto Capodanno, infatti, la bimba vive con mamma Carmela (già presidente dell’Osservatorio comunale per la legalità) in una striminzita casetta ad Acerra. Soli 50 metri quadri a disposizione. Lo “scotto” da pagare per la morte di Giuseppe, nemmeno riconosciuto dallo Stato come vittima innocente di camorra. Nonostante la magistratura abbia di recente riaperto l’inchiesta sull’omicidio, grazie alle rivelazioni di un pentito dei Gionta, l’ex killer Michele Palumbo “monnezza”.

Aldo Agretti è stato latitante fino allo scorso gennaio ed era considerato tra i reggenti del clan Gionta. Lui è discendente di sangue della dinastia camorristica di Torre Annunziata. Il 44enne è figlio di Carmela Gionta, “zì Carmelina”, la sorella del superboss Valentino, ergastolano e fondatore della cosca. Inoltre, è il cugino di Aldo,Pasquale e Teresa Gionta, i capi del clan che aveva la sua roccaforte in via Bertone 46, nell’edi- ficio sequestrato e noto come Palazzo Fienga, nel centro antico di Torre Annunziata. Agretti sta affrontando altri processi di camorra e secondo gli investigatori avrebbe ferito Aniello Nasto (attualmente pentito eccellente dei Valentini) nell’aprile del 2004 a Torre Annunziata, ritenuto anch’egli affiliato dei Gionta. L’attentato scaturì da un litigio tra i due a causa dei debiti contratti e non onorati da Nasto per l’acquisto di stupefacenti per uso personale. Nell’ambito del processo Alta Marea, però, il nipote di Valentino Gionta fu protagonista dell’ondata di scarcerazioni per decorrenza dei termini. Il processo lumaca permise anche a lui di uscire anzitempo da galera, per poi tornarci qualche mese dopo con altre accuse. Una volta uscito, furono esplosi fuochi d’artificio per festeggiare il suo ritorno in libertà. Poco prima della sua latitanza, suo fratello Salvatore Agretti era considerato il reggente del clan Gionta, ma finì nella rete degli investigatori prima di Aldo. Erano entrambi tra i 100 latitanti più pericolosi d’Italia.

Redazione Cronache della Campania